A cinque anni dal suo insediamento alla guida di Ford, Jim Farley sceglie la strada della franchezza e mette in fila errori, ritardi e occasioni mancate. In una lunga intervista concessa a Car and Driver, il numero uno della casa americana ha offerto una lettura insolitamente diretta delle difficoltà vissute dal gruppo negli ultimi anni, soprattutto sul fronte della mobilità elettrica. Nessun linguaggio diplomatico, nessuna formula di circostanza: Farley ha parlato apertamente di pregiudizi industriali, valutazioni sbagliate e miliardi di dollari persi lungo un percorso che, almeno finora, non ha mantenuto le promesse iniziali.

Il CEO di Ford riconosce gli errori strategici sull’elettrico

Il passaggio più delicato riguarda proprio la strategia elettrica di Ford, un dossier che negli ultimi anni si è trasformato da area di rilancio a terreno di forte pressione industriale e finanziaria. La cancellazione di alcuni programmi, la fine di due joint venture con produttori coreani di batterie e una svalutazione da 19,5 miliardi di dollari legata al cambio di rotta rappresentano il conto più evidente di una fase che Farley non prova nemmeno a minimizzare. Il manager ammette che l’azienda ha affrontato la transizione all’elettrico con un approccio troppo legato alla cultura automobilistica tradizionale, senza cogliere in tempo la portata della rivoluzione in atto.

Uno dei momenti chiave, raccontati nell’intervista, sarebbe arrivato quando Farley ha analizzato da vicino una Tesla insieme a Doug Field, oggi chief officer del gruppo. Da quell’operazione è emerso un confronto tecnico che ha lasciato il segno. “È stato sbalorditivo”, ha spiegato Farley, sottolineando come il cablaggio della Mustang Mach-E risultasse più pesante di circa 70 chili e più lungo di 1,6 chilometri rispetto a quello di un modello Tesla equivalente. Un divario che, al di là del dato tecnico, ha avuto per Ford il valore di una presa di coscienza industriale.

Da lì nasce una delle ammissioni più forti dell’intervista. “Non sapevamo cosa stesse succedendo nelle loro menti. Ma ora lo capiamo. Loro non avevano pregiudizi. Noi li avevamo”, ha dichiarato Farley. Il riferimento è a un’impostazione progettuale che, secondo il manager, ha frenato Ford nel momento in cui il mercato chiedeva un cambio radicale di logica. In sostanza, l’azienda aveva affrontato l’auto elettrica come se fosse un’estensione del modello termico, adattando strutture e forniture già esistenti invece di ripensare il veicolo dalle fondamenta.

Farley individua proprio qui il nodo centrale. Tesla, e in misura crescente anche i costruttori cinesi, hanno costruito i loro veicoli partendo dalla massima semplificazione possibile, con l’obiettivo di ridurre peso, complessità e costi. Ford, al contrario, avrebbe inizialmente replicato meccanismi consolidati dell’industria tradizionale, arrivando perfino a chiedere ai fornitori, in sostanza, di “comprare un altro cablaggio” invece di rivedere l’architettura complessiva del prodotto. Un’impostazione che oggi viene considerata dallo stesso Farley uno degli errori più pesanti della prima fase elettrica del gruppo.

Ford, Farley fa autocritica: “Sull’elettrico abbiamo sbagliato”Ford, Farley fa autocritica: “Sull’elettrico abbiamo sbagliato”

A complicare ulteriormente la lettura del mercato è arrivato poi l’effetto distorsivo del periodo pandemico. Secondo Farley, il COVID ha falsato la percezione della redditività reale del settore automobilistico. La crisi dei semiconduttori e la scarsità di prodotto hanno infatti gonfiato artificialmente prezzi e margini, inducendo molte aziende a credere che certi livelli di profitto fossero strutturali. “Il COVID è stato un falso segnale”, ha ammesso il ceo di Ford. “Se riuscivi a costruire un veicolo, lo vendevi a prezzi del 30-40% più alti rispetto a prima. E questo ha ingannato una generazione di product planner.”

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