Dodici mesi fa sembrava una delle mosse più significative nel delicato equilibrio tra industria automobilistica e regolamenti europei sulle emissioni. Un maxi-pool guidato da Tesla, composto da circa quindici costruttori e nato per affrontare in modo collettivo i limiti di CO2 imposti dall’Unione europea, aveva attirato l’attenzione di osservatori e addetti ai lavori. Oggi, però, quello scenario è cambiato in modo evidente. Il grande raggruppamento si è progressivamente ridotto e, nella lista aggiornata pubblicata attraverso i canali informativi dell’Unione europea, due nomi pesanti non compaiono più: Toyota e Stellantis.
Toyota e Stellantis salutano Tesla
L’uscita dei due gruppi rappresenta un passaggio importante, perché modifica gli equilibri di uno degli strumenti più discussi della normativa europea sull’auto. Il cosiddetto pooling consente infatti ai costruttori di unire le proprie flotte ai fini del calcolo delle emissioni medie. In pratica, le case automobilistiche possono fare squadra per rispettare i target comunitari e, così facendo, evitare le sanzioni previste in caso di superamento dei limiti di CO2. È un meccanismo tecnico, ma dagli effetti molto concreti: permette a chi è in ritardo sull’elettrificazione di “compensare” i propri valori con quelli di marchi più avanzati sul fronte delle auto a zero emissioni.
Negli ultimi anni le case hanno fatto ampio ricorso a questo sistema, sia per i veicoli M1, cioè le auto destinate al trasporto di persone, sia per i mezzi N1, ovvero i veicoli commerciali leggeri. Non sorprende quindi che il maxi-pool gestito da Tesla fosse stato visto come una sorta di alleanza strategica: una struttura ampia, pensata per mettere in sicurezza più costruttori in una fase in cui i limiti europei sulle emissioni si fanno sempre più stringenti.
All’inizio dello scorso anno, il raggruppamento aveva preso forma con una composizione di grande peso. C’erano Toyota Motor Europe, anche in rappresentanza di altre società del gruppo, Ford Werke GmbH, per conto anche di Ford Motor Company, oltre a Mazda Motor Europe e Subaru Europe. A questi si aggiungeva il blocco Stellantis, con una presenza molto articolata: Stellantis Auto Sas, Automobiles Peugeot SA, Automobiles Citroen SAS, Stellantis Europe Spa, FCA US LLC, Alfa Romeo, Opel e anche Leapmotor, attraverso la rappresentanza di GreenKar Innovation. Nei mesi successivi erano poi arrivate anche Honda e Suzuki, portando la lista definitiva a 17 aziende.
Oggi, però, quel maxi-raggruppamento non esiste più nella forma originaria. Il pool valido per tutto il 2026, e ancora aperto a nuove adesioni, risulta notevolmente ridimensionato. Restano Ford Werke GmbH, Ford Motor Company, Honda Motor Co. Ltd., Mazda Motor Corporation, Suzuki Motor Corporation, Maruti Suzuki India Limited e Magyar Suzuki Corporation Ltd.. Mancano invece proprio le aziende legate a Toyota e l’intero perimetro riconducibile a Stellantis, due assenze che pesano sia dal punto di vista industriale sia da quello simbolico.

Al momento non sono arrivate comunicazioni ufficiali dai due gruppi, e dunque non esiste una spiegazione formale sulle ragioni dell’uscita. Proprio per questo, le interpretazioni si basano soprattutto sulle analisi di mercato. Tra queste, una delle più citate è quella di Schmidt Automotive Research, secondo cui la scelta potrebbe essere legata a un miglioramento della posizione di entrambi i costruttori rispetto ai target emissivi.
Nel caso di Stellantis, l’ipotesi è che il gruppo si sia avvicinato in modo significativo agli obiettivi di CO2 già nel 2025, grazie a una flotta fortemente basata su modelli compatti, tradizionalmente più favorevoli sotto il profilo delle emissioni medie. A questo si aggiunge un elemento sempre più rilevante: la crescita commerciale di Leapmotor, il marchio cinese entrato nell’orbita del gruppo. Secondo gli analisti, proprio l’aumento delle vendite di questi modelli potrebbe aver offerto un contributo concreto al miglioramento della performance complessiva.
Non solo. L’avvio della produzione in Spagna di vetture Leapmotor potrebbe rappresentare un ulteriore vantaggio strategico. Costruire in Europa permetterebbe infatti di evitare i dazi comunitari applicati alle auto prodotte in Cina, con la conseguenza di poter ridurre i prezzi di listino e rendere questi modelli più competitivi sul mercato europeo. Un tassello che, insieme ad altre possibili mosse industriali, potrebbe rafforzare ulteriormente la posizione di Stellantis nella corsa alla conformità normativa.
Gli analisti tedeschi danno inoltre peso alle recenti indiscrezioni secondo cui il gruppo potrebbe iniziare a sfruttare anche architetture cinesi per abbattere i costi di produzione delle elettriche di altri marchi interni. Se questa strategia dovesse prendere forma, per Stellantis si aprirebbe la possibilità di accelerare ulteriormente sul fronte delle auto a batteria senza dipendere da accordi esterni come il pooling con Tesla.
Per quanto riguarda Toyota, la lettura è diversa ma porta a una conclusione simile. Il costruttore giapponese potrebbe aver beneficiato del forte peso delle sue ibride all’interno del mix di vendita europeo, una caratteristica che continua a essere uno dei suoi principali punti di forza. Inoltre, l’imminente ampliamento della gamma elettrica europea, con l’arrivo della Urban Cruiser, potrebbe offrire un ulteriore contributo al raggiungimento degli obiettivi. Si tratta di un modello che condivide diversi elementi con la Suzuki eVitara prodotta in India, segnale di una strategia sempre più pragmatica e mirata.
L’uscita di Toyota e Stellantis, inevitabilmente, apre anche una riflessione su Tesla. Per la casa texana, i pool sulle emissioni rappresentano da tempo una fonte di entrate importante grazie alla vendita di crediti regolatori. Se però alcuni grandi gruppi non hanno più bisogno di appoggiarsi al costruttore americano per rientrare nei limiti europei, è probabile che questa voce possa ridursi. In parallelo, Tesla deve affrontare anche un contesto commerciale europeo più complesso, in cui i costruttori tradizionali sono spinti ad aumentare le vendite di elettriche non solo per strategia industriale, ma anche per effetto del sistema di compliance legato alle multe introdotto da Bruxelles.
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